Sindaco, Flavio Tosi

E’ motivo di grande soddisfazione per l’Amministrazione comunale ospitare, nella prestigiosa cornice del Palazzo della Gran Guardia di Verona, la mostra “L’immensità della luce” di Athos Faccincani, artista veronese che ha esposto, con successo, in molte città italiane e all’estero.

In questa esposizione a Verona Athos Faccincani non mancherà di trasmettere, attraverso le sue opere, un senso profondo di solarità e vitalità, in cui realtà e fantasia si vestono di colori vibranti e la natura appare generosa.

Nella sua pittura “semplice e leggibile” – come Faccincani stesso la definisce – luce e colore irrompono in forme riconoscibili che quasi sembrano danzare, davanti allo sguardo dell’osservatore, ad un ritmo antico ed ancestrale.

Artista capace di esaltare, nei suoi paesaggi, l’incanto della natura, Faccincani ci accompagna in un percorso alla scoperta del potere della luce e degli effetti che produce sulla nostra percezione della realtà. Una visione, la sua, che ad una prima lettura sembra voler esprimere unicamente la bellezza e la gioia. Tuttavia non è così: il suo percorso artistico non esclude affatto il passaggio inevitabile, nelle zone d’ombra del mondo e della vita: ma è proprio dal contrasto tra buio e luce che scaturisce, con forza, un messaggio vitale e positivo.

È dunque con  grande piacere che auguriamo ai visitatori della mostra di cogliere l’intenso racconto artistico, fatto di luce e colore, di Athos Faccincani, e all’artista stesso un grande successo, in terra veronese, a conferma della sua brillante carriera.

Virgo.

… E mi sorride. Sorride come mi ha sempre sorriso nei momenti più difficili e più bui della mia vita; sorride come quando gioiva con me per la mia felicità. Come quando nessuno lo ha fatto.

Semplice, con una grande storia è la donna che ho di fronte. Di fronte, non riesco a crederci che ce l’abbia di fronte. Vada per il roditore, l’orso e la civetta, ma questo… Quando ciò che vediamo supera di gran lunga la nostra immaginazione, allora forse è realtà.

Faccio un attimo il punto della situazione, e mi sembra un’occasione unica da non farmi sfuggire. Glielo domando.

– Ma allora…esiste?

Le si alzano entrambe le sopracciglia, come se la mia domanda le facesse tenerezza, come se un bambino stesse chiedendo alla mamma: ma tu mi vuoi bene?

– Samuel, tu vedi e senti cose che non tutti riescono a percepire, anche se tutti ne hanno le capacità. Tu sei rimasto in contatto con l’amore di tuo padre, tu hai visto la grandezza del creato negli occhi di un piccolo cane, tu hai condiviso l’amore per la vita con una donna, e hai provato l’emozione di avere un figlio. Tu hai conosciuto profondamente il bene, e altrettanto profondamente il male e mi fai questa domanda? Cosa ti aspetti che ti risponda, io? Penso che dovresti preoccupartene un po’ meno; se esistesse, cosa credi che sarebbe importante per lui? Che ti rivolgessi al lui chiamandolo “Dio” o “Signore”? Che tipo di rispetto credi che voglia da te? La riverenza? Il rispetto delle regole? Ama Samuel, ama ciò che fai, ama ciò che sei, ama chi non ami, ama l’amore, e ama te stesso; e non preoccuparti del resto. Ora vai, prima che venga sera, mi piacerebbe sapere che dalla cima di questo monte del dolore tu riesci a vederne la bellezza.

– Grazie Virgo, per tutto quello che in questi anni hai fatto per me.

– Ho solo sorriso.

– Appunto, grazie.

Riprendo il mio cammino, adesso ho una mezza idea di dove sono diretto, anche se ne sono quasi un po’ deluso, lo trovo banale… scalare il monte, raggiungere la cima, e poi scendere sentendosi un uomo migliore. Ma mi fido; mi fido di Athos, degli animali, della Virgo, del sentiero, del bosco, delle pietre, e per la prima volta, di me stesso. E poi, cosa m’importa… banale o no, mi sto divertendo, per quanto sia anche difficile fare quello che ho sempre evitato: guardare le cose come stanno, e accettarle lì dove non c’è altro a fare, vederle in maniera più distaccata e obiettiva; capirle. E liberarmene. Come se per strada stessi lasciando zavorra, e il mio passo diventasse sempre più leggero. Papà, quanto è più facile comprenderti adesso, è bastato entrare in questo bosco per sapere, per provare questa sensazione di libertà, dalle convenzioni, dalle convinzioni, dal giudizio altrui, dal timore di essere frainteso, non capito, di deludere. Sai, non vedo l’ora di poterti guardare in faccia… o meglio, spero accada il più tardi possibile, il punto è che ora so che lo è, possibile. È bello sapere che tutto lo è. Anche nel male, per carità, me è bello pensare senza confini, guardare un orizzonte e sapere che lo si può raggiungere. Qualunque sia, ovunque sia. Basta non aver paura. che bello, non aver paura, anche solo per pochi istanti, respirare e liberarsi di tutte le angosce, ansie, affanni, inquietudini. La paura fa parte dell’istinto di sopravvivenza, ma se fosse proprio la paura a toglierti la vita? A occupare tutto lo spazio dentro di te, scacciando così anche l’amore? L’amore…

Passo dopo passo, seguo il ritmo della vita che scorre, mi muovo insieme al mondo che traccia la sua orbita nell’universo. Sarà una sensazione, ma il cielo è più vicino. Ancora un po’ e finalmente sarò in cima alla montagna della mia sofferenza. Gli ultimi passi in salita, ed ecco ai miei occhi apparire la vetta. Le cose sono sempre diverse, viste da vicino. All’inizio, la vetta in sé non mi dà chissà quale emozione… ma il baratro sotto di me sì, mi fa sentire piccolo e insignificante.

Questo però, ora penso, è un buon posto per morire.. Da quassù sembra facile spiccare il volo. Vorrei lanciarmi, ma nell’istante mi viene in mente Cristopher. Che padre sono io, Samuel Johnson Kipling? Non lo so, ma di sicuro, sono innamorato di mio figlio, e questo fa sì, che finalmente io non tema più la morte. Perché non esiste. L’amore è energia e luce, che sopravvive ai nostri corpi. Per cui, quando arriverà il momento, non avrò paura di svanire, perché, nonostante tutti i miei errori, ho amato tanto, e generosamente. Si spegne col proprio corpo solo chi non è stato capace di amore. Guardo un’ultima volta in basso, scorre un ruscello, e comincia un’altra montagna, sul lato opposto. Ora torno giù, ringrazio Athos che so già, mi sorriderà da sotto il suo cappello bianco, e me ne tornerò a casa, contento di avere un diavolo per amico. Nel momento stesso in cui ho raggiunto la vetta, è riapparso anche il cammino che avevo alle spalle, per cui ora niente può impedirmi di tornare indietro. Solo, prima di andarmene, darei un’occhiata al precipizio, tanto per curiosità. Cadervi è facile, non c’è nessuna barriera. Senza pensarci su molto, comincio a sporgermi. Arrivo al limite. Sotto le mie gambe, lo strapiombo. La vita è alle mie spalle, campana è alle mie spalle, i giorni, le notti o anche solo istanti di felicità per i quali è valsa la pena vivere. Ora comincio a capire. Il bene e il male hanno un unico volto, che a volte sorride, e a volte no. “Solo quando capirai che buio e luce sono la stessa cosa ti libererai dalla vita e dalla morte”.

Silenzio per qualche minuto, od ore, non lo so, ho perso il senso del tempo. Poi una risposta. Lieve, ma una risposta, che arriva a toccarmi la schiena, spingendomi leggermente in avanti, con una pressione leggera ma decisa. Poi smette. Pelle d’oca su tutto il corpo. Perché mai dovrei farlo? E se arrivasse uno spintone bello forte? Sento l’intestino muoversi nella pancia. Ma mi viene in mente l’orso e un’ondata di fiducia mi tranquillizza. Poi però mi ricordo del grande freddo che è seguito, e torno a battere i denti. E poi, all’improvviso, dentro di me una consapevolezza: non posso più tornare indietro. Non perché sia di nuovo sparito quanto ho alle spalle, ma perché se c’è una cosa che ho imparato, è che bisogna andare avanti, passo dopo passo, anche facendo delle pause, ma mai tanto lunghe da diventare stallo. Questa ora è la cosa più difficile da fare: andare avanti per la via che ho intrapreso; ho cominciato a vedere e accettare che tutto è possibile, non posso rinnegarlo ora.

Siamo portati ad identificare la vetta della montagna con la meta, il punto di arrivo. Ora che sono qui mi accorgo che non sono arrivato da nessuna parte… se non ad un nuovo punto di partenza.

Devo solo avere fiducia. In me stesso, e in questo cielo.

Devo riuscire a non pensare a niente, nessun pensiero, per essere più leggero. Non c’è nessuna logica in questo, se non quella del dubbio. Devo solo esplorare quella parte del cervello che non è nel del sì, né del no. Ora.

Mi do una spinta, mi slancio in avanti.

All’inizio è come quando ti tuffi da uno scoglio altissimo: mentre cadi ti dici “ma chi me lo ha fatto fare?”. Poi chiudo gli occhi, e dimentico tutto quanto: chi sono, la mia storia, la storia dei miei genitori; ogni metro che cado lascio un pezzetto di Samuel Johnson Kipling. Man mano che mi avvicino alla terra il tempo rallenta, e io so che non morirò. Non apro gli occhi, ma sento la terra farsi sempre più vicina. Urge che io prenda una decisione.

Anche questo è stato sempre un ostacolo: decidere anziché aspettare, temporeggiare, tergiversare. Ora è indispensabile. Ora.

Una voce di bambina nella mia testa :

– Sammy, tu che animale vorresti essere? Sammy, non c’è tempo per pensare, me lo dici, che animale vorresti essere?

– Un’aquila. Vorrei essere un’aquila.

– E perché?

– Per essere amico del vento.

Una piccola torsione delle estremità delle ali, e schizzo via verso l’alto, dopo aver sfiorato l’erba con il petto. Sbatto le ali per la prima volta, e su, su, mi fermo e volo in cerchio facendomi sostenere dal vento, ma qui è ancora debole, su, devo andare più in alto. È uno sforzo bellissimo, anche perché so che quando, stanco, smetterò di sbattere le ali, sarò cullato dalle mille mani del cielo. Andando in su fiancheggio il monte, una cascata rifrange la luce del sole che si sta liberando dalle nuvole… mi acceca, guardo in basso e mi accorgo che vedo ogni filo d’erba, ogni minimo movimento che accade un centinaio di metri sotto di me. La luce del sole calante tinge tutto di oro e di arancio, disegna i miei contorni e getta l’ombra di questo mio nuovo corpo sulla roccia. Chiudo gli occhi, contraggo le zampe, sento la mia forza combattere con quella di gravità, sento l’aria che è in me e che mi permetterà di fluttuare, ma adesso, un ultimo sforzo ancora. Eccola la vetta, l’ho ripresa, ma salgo ancora, e ancora, e ancora. Ora finalmente respiro, apro gli occhi, e sotto di  me, la vetta è un punto in lontananza, e con tutta la gioia apro le ali e rilasso i muscoli. Aria dentro me, cielo tutt’intorno a me. Cielo limpido, luce. Apro la gola e grido: SONO FELICE! Sì, sono felice,  non sono più un bambino sempre più piccolo degli altri, non sono più un ragazzo solo, non sono più un pittore famoso… sono luce che vibra. Il vento mi accarezza, mi spinge, mi riprende, mi sussurra melodie fatte di canto e silenzi. Non Samuel, né Johnson, né Kipling. Non mio bisnonno, mio nonno, mio padre; non mio figlio, non la mia casa né il mio giardino con tutti i miei fiori. Non il canarino senza nome. Sono un’aquila. Muscoli, tendini, occhi acuti per guardare lontano, ed ali che si aprono scoprendo un’anima libera, finalmente libera. E volo, volo là dove si estende la pianura, i campi arati di Clinton, le terre rosse di Vicksburg, fino alle acque placide del Mississippi. Da qui prendo il suo corso, e gioco nel vento, mi diverto a virare risalendo i meandri del grande fiume, sorvolando acquitrini, dune sabbiose, stagni, fin sopra il cielo di Greenville. Ora plano leggero, disegno cerchi nell’aria, e scrutando in basso vedo la mia casa, il mio giardino, il mio ragazzo che  srotola una pergamena…

 

“…Se riesci a occupare il minuto inesorabile

dando valore a ogni istante che passa,

tua è la terra e tutto ciò che è in essa,

e – quel che è più – sei un Uomo, figlio mio!”

Ho sempre invidiato i pittori…

Ho sempre invidiato i pittori, per l’immediata pubblicizzazione della loro arte. La pittura comunica direttamente con tutti, italiani inglesi tedeschi cinesi ottentotti, non deve cercarsi un traduttore come l’opera letteraria, che lega il suo destino al numero dei palanti l’idioma con cui è scritta. In particolare, ho sempre guardato ai pittori con la livida invidia dell’impotente che ha scarsa dimestichezza coi colori dell’arcobaleno, e ne conosce con assoluta certezza tre, quanto basta per non prendere la multa ai semafori. C’è di più. Un pittore, della domenica o dei giorni feriali fa lo stesso, quando si sente invaso dal dèmone ispiratore, afferra il pennello e dipinge, e poi per comunicare al pubblico il suo parto non ha bisogno d’un intermediario. Affitta un locale, issa il cartello “Mostra Personale” ed espone le sue tele. Direttamente, dal produttore al fruitore. Invece chi esercita il mestiere della penna, per pubblicizzare il suo prodotto, deve cercare un terzo personaggio, l’editore. Senza l’editore, romanzi e poesie restano nel cassetto, in attesa che li scoprano i posteri, quando l’autore sarà diventato un antenato. Marcel Proust, respinto dall’editore Gallimard, non poteva certo andare sui Lungosenna ad esibire ai passanti il manoscritto della Recherche.

“Invidio i pittori” ha scritto Federico Fellini, “carta, matita e tubetti ci colore permettono loro di affermarsi in ogni circostanza. Per loro ci sarà sempre una mela su un tavolo, una valle alla fine d’una passeggiata, e luce finché avranno la forza di aprire gli occhi”. Penso che fra tutti gli alunni delle Muse i pittori siano i più candidamente felici, abbagliati da quel perenne lampeggiar d’immagini e di forme nella fantasia, in presa diretta con madre natura, di cui succhiano come api il miele policromo di fiori, piante, acque, cieli, luci ed ombre. Che poi traducono sulla tavolozza in assoluta libertà creativa. Ecco un altro vantaggio sugli scrittori: non gli serve il dizionario dei sinonimi, non sono vincolati dalla consecutio, possono inventare “neologismi cromatici” senza remore grammaticali, perché ogni pittore è “grammatico di se stesso”.

Quale sia la grammatica del trentaquattrenne Athos Faccincani, veronese di Peschiera, tocca agli esperti stabilirlo. Ma non è necessario essere degli addetti ai lavori per capire che l’arte di Faccincani, pittore felice di esistere e di vivere, trasuda ottimismo e gioia da ogni olio e tempera. Nella pittura egli ha trovato la rivincita, morale prima ancora che estetica, sua una fanciullezza infelice. Per l’errore di un medico, che sbagliò la dose di un farmaco, soffrì da bambino un soffio al cuore che lo condannò a vivere molti anni sotto una campana di vetro. Non poteva giocare coi compagni. Come il passero solitario di Leopardi, guardava i giochi altrui. Il forzato isolamento maturò, amaro frutto, una precoce sensibilità. A tredici anni, quei torrenti ove il suo cuore malato gl’impediva di tuffarsi assieme ai compagni, quei campi di papaveri tra i quali gli era vietato correre, lui li dipinse. A memoria, nascosto in cantina, perché sua madre non voleva che perdesse tempo con “quelle stupidaggini”. E non immaginava che il figlio sfogava sulla tela la sua rabbia di emarginato, dileggiato dai compagni, i quali un brutto giorno, per punirlo della sua solitudine, scambiata per superbia, tentarono d’impiccarlo! Nessuno sospettava che il ragazzino cercava nella tavolozza l’alibi, la liberazione da una realtà fatta di bigie corsie d’ospedale, e spettrali camici bianchi, e lunghe strisce di carta con il tracciato dell’elettrocardiogramma, inesorabile sismografo del suo cuore terremotato.

Per accontentare la madre per accontentare la madre che, come tutte le madri, sognava per lui una quieta  professione borghese, s’iscrisse all’istituto per ragionieri. Si alzava alle quattro, per fare i compiti. Il pomeriggio lo consacrava alla pittura frequentando lo studio del vecchio Semeghini e quando si diplomò a pieni voti e già la mamma trafficava per trovargli un posto in banca, le procurò un altro dispiacere correndo a Venezia, a iscriversi all’Accademia delle belle arti. Per mesi visse d’arte e di panini, cliente affezionato delle più note latterie. Fece il piccolo di bottega a Guidi, a Seibezzi, a Marco Novati.  Angelo Gamba lo faceva alzare di buon’ora perché andasse a vedere l’alba. “L’ho vista ieri” si difendeva il giovanotto, cui difettava il cibo,  non il sonno. “Ricordati che ogni alba è diversa dalle precedenti” rispondeva il maestro, “non solo perché cambia il giorno, ma perché cambiamo noi”.

Dopo una dozzina di levatacce, scrisse alla madre informandola che mai e poi mai sarebbe entrato in banca. Come era possibile stare curvi dietro uno sportello a timbrare assegni avendo gli occhi colmi di gabbiani e d’albe lagunari ?

Athos Faccincani ama la natura nella sua sacra totalità: monti, alberi, insetti. Sdraiato su un prato, indugia a spiare la microscopica vita, fremente fra due ciuffi d’erba o nel salto d’un ruscello. Si arrabbia con la moglie, signora Rita, quando uccide un ragno. Se la casa è invasa dalle formiche, le fa retrocedere seminando talco. Non usa insetticidi. Anima delicata, vegetariana e vagamente panteista, soffre nel vedere la strage di moscerini spiaccicati contro il parabrezza della macchina. Alla corrida, parteggia per il toro, come da bambino parteggiava per il topo. “Vorrei sapere come fanno i topi a mangiare il formaggio senza far scattare la trappola” brontolava il nonno, lungi dall’immaginare che era stato il nipotino Athos a togliere il formaggio. Superfluo aggiungere che stravede per i cavalli ei cani. La prima notte di nozze, nessuno dei due dormì, non per il motivo d’obbligo in tale circostanza, ma perché il cane che da anni dormiva con lui, e per l’occasione era stato rinchiuso nella camera accanto, abbaiava con urla che non avevano più nulla di canino. Gelosia? Tanto che la sposina, persa la pazienza, gridò “O me o il cane”. Rispose Athos: “Io al cane non rinuncerò mai. Puoi tornare dai tuoi genitori”.

Ma la moglie rimase. Il suo intuito femminile capì che agli artisti bisogna perdonare molte cose, perché danno in cambio cose che i non artisti non ci daranno mai. Guardate i suoi fiori. “Una casa piena di libri e un giardino pieno di fiori” chiedeva al cielo il saggio Confucio. Chi non ha fiori di giardino, appenda alla parete quelli di Athos. Sono eguali, e non appassiscono. Li avesse l’esquimese nel suo igloo, sentirebbe un miracoloso odor di primavera. Anche il figlio – el sangue no xe aqua – dipinge. Si chiama Mattia, ha cinque anni, e disegna alla KIandinsky, alla Paul Klee. Per un quadretto, prende “una donna”, cioè una banconota da cinquantamila. E trova perfino degli acquirenti. Athos comincia ad essere geloso. Lui, a quell’età, non aveva una lira.

 

CESARE MARCHI

 

 

Caro Athos

Caro Athos,

il senso dell’amicizia lo rivedo nei tuoi colori, nei tuoi paesaggi, nelle tue pennellate dense, pastose, decise, sapienti, delicate come una carezza.

Quando sono seduto sul divano di casa assieme a mia moglie Iole, davanti a noi abbiamo un “Castellaro Lagusello” del 1981 a cui noi siamo particolarmente legati.

Ogni giorno quel quadro ci racconta una storia, ci regala un’emozione ci fa sentire il profumo del tempo.

Ci fa stare mano nella mano, una condizione che condividiamo da sessantasette anni.

Anche questo è Athos Faccincani.

La nostra è un’amicizia lunga, intensa e punteggiata da incontri straordinari: ti ricordi Cesari Marchi, Indro Montanelli, Nantas Salvalaggio, Giulio Nascimbeni, Enzo Biagi, Giovanni Nuvoletti… c’era anche il Professor Giuseppe Maschio che el ne tegneva de ocio.

Poi il periodo di Cortina D’Ampezzo dove hai voluto portare i miei funghi che modellavo in bronzo. Pensa un artista, vero, che organizza una mostra ad un cuoco. Che bizzarra che è la vita e quanto sono belle queste storie.
Poi i tuoi colori, i tuoi fiori, i tuoi paesaggi, il tuo modo di tenere il pennello ed intingerlo nei sentimenti, hanno conquistato il mondo, i nostri incontri sempre più radi causa i tuoi impegni pressanti.

Ma il senso di amicizia non ha subito variazioni, anzi, la compagnia quotidiana dei tuoi quadri è grande.

Ogni tela è una finestra aperta su meravigliose vedute che trasmettono felicità. Ogni tanto ci affacciamo e, accarezzati da un’aria frizzante ed amorevole ti salutiamo perché tu sei in quei paesaggi, in quegli scorci, in quei colori.

Caro Athos, sono contento che Verona ti ospiti nel palazzo più bello della città. Verona ti vuole bene, è la citta dell’Amore e Amore fa rima con Colore.

Un abbraccio fraterno nel segno di un’amicizia…..”sorela vera del l’Amor”.

 

Giorgio Gioco

 

L’AMICISSIA

Come l’è bela l’amicissia vera!

Come l’è cara quando se ghe l’à

Tanti crede de averghela e nò i sa 

Che ghe n’è pochi che ghe l’à sincera!

No l’è quela discreta bela cera Che de solito tuti se se fà;

un sentimento l’è, che va più in là e l’anima te ciapa tuta intiera!

L’amicissia l’è più de simpatia; l’è na gran stima che te nasse in cor,

che contento te fa ne l’alegria, che conforto te porta nel dolor.

L’è na cara passion che no va via, l’è la sorela vera de l’amor.

 

Angelin Sartori